Tutti, chi più chi meno, si confrontano con sé stessi e con le proprie insicurezze fisiche.

C’è chi ci si sofferma ogni giorno, chi quando passa davanti ad uno specchio, chi ancora si paragona ai modelli sociali propinati dalla tv o dai social media.

E spesso saltiamo alla stessa conclusione: “ Non sarò mai all’altezza delle mie aspettative“.

A volte mi chiedo: sono queste nuove generazioni a pensare troppo all’apparenza o è sempre stato così?

Una prima risposta potrebbe essere “ Sì, siamo tutti critici di noi stessi da sempre, è la natura umana, soffriamo il confronto”. 

Se inizio a pensarci bene allora dico “ No, non proprio tutti. I più fragili si, quelli che devono ancora costruirsi un’identità, focalizzarsi su uno scopo e accettarsi.

“Accettarsi” è un’azione forte, controversa: vuol dire soffocare le proprie insicurezze, autoconvincendosi di andare bene così come si è… accontentandosi in un certo senso.

Ho sempre pensato che la storia del “chi si accontenta gode” non faccia parte dell’essere umano: ci sentiamo sempre destinati a qualcosa di più grande, a essere qualcosa di più di quel che siamo, o a qualcosa che attualmente non abbiamo, ma che sicuramente potremo raggiungere. Pacchetto “sacrifici e sofferenze” all inclusive.

Eppure oggi l’accettazione del sé, del “io valgo per come sono e non per come potrei essere”, è un concetto osannato, molto in voga soprattutto nel mondo della comunicazione.

La nascita del Body Positive

In passato lo standard di bellezza femminile socialmente accettato era: capelli biondi, occhi azzurri, pelle pallida e gambe con uno spazio evidente tra di loro. Praticamente solo gli “angeli” di Victoria Secret, le famose modelle dai lineamenti e fisicità ultraterreni.

Erano i primissimi anni 2000, quando la modella e femminista Tess Holliday fu scelta dall’agenzia di moda Milk Management come icona plus size, la primissima di taglia XXL nella storia della moda. 

E boom, scoppia il fenomeno del Body Positive. 💥

Un movimento che nasce come critica alla società, perché promuove un sistema di valori che determina quali corpi devono essere considerati belli, pesando soprattutto sull’immagine delle donne con un modello estetico spesso irraggiungibile.
L’idea di accettazione che il movimento abbraccia è, però, molto più grande della sua definizione: nessuna persona dovrebbe sentirsi inadeguata a causa del proprio corpo, del colore della pelle, dei “difetti” o delle disabilità.

Branded content & Body Positive

Sono tante le aziende che da tempo cavalcano l’onda del Body Positive per fare branded content: chi riuscendoci egregiamente, chi fallendo in credibilità già in partenza. 

Rimanendo in tema di positività e verità, voglio parlare solo di quelle iniziative con una reale consistenza comunicativa e valoriale. 

DOVE: Era il 2004 quando lancia la prima campagna pubblicitaria Dove Campaign for Real Beauty a livello mondiale, con lo scopo di supportare le donne nel prendere piena consapevolezza del loro corpo e ad apprezzarlo nonostante le imperfezioni. 

Il video della campagna, dal titolo Evolutionrappresentava in maniera ineccepibile il divario tra realtà e idealizzazione del corpo femminile. Un contenuto che fece non poco scalpore ai tempi, ottenendo milioni di visualizzazioni. 

Quasi 10 anni dopo, Victoria’s Secret realizza una campagna pubblicitaria con l’idea di ricreare, attraverso le sue Angels, il “Perfect Body”: corpi femminili caratterizzati da eccessiva magrezza e ben lontani dalla realtà.

Dove, in risposta alla campagna di Victoria’s Secret, pubblicizza “The Perfect Real Body” uno scatto con modelle da fisici “normali” o tendenzialmente curvy. 

Nel 2019 sempre Dove lancia #ShowUs in collaborazione con Getty Images e Girlgaze:  si tratta della più grande raccolta al mondo di immagini di stock create da donne e individui non-binary, con lo scopo di scardinare i comuni stereotipi sulla bellezza femminile.

L’ultimo progetto sul tema dell’accettazione, Dove lo dedica alla Gen Z con la campagna #ReverseSelfie.   

La pressione dei social media sta danneggiando l’autostima delle nostre ragazze“, si legge nel copy. “Rimuoviamo il danno“.

Un messaggio forte e diretto che segue il pensiero di Evolution, dove il problema della distorsione digitale questa volta si racconta attraverso un’app di fotoritocco. 

Un’arma di distruzione identitaria alla portata di qualsiasi adolescente.

H&M:  Un altro esempio illustre è quello di H&M che ha scelto Jill Megan Kortleve, una bellissima modella curvy olandese, per presentare la collezione di costumi da bagno della stagione 2019. 

In sole 24 ore le sue foto hanno ottenuto oltre 800 mila like su Instagram e migliaia di commenti positivi.

Già nel 2013 il colosso di moda svedese aveva lanciato una campagna pubblicitaria di costumi da bagno plus-size, con la formosa Jennie Runk come testimonial. 
La scelta era stata giustificata dai vertici del Brand: le modelle comparse nelle campagne del passato mostravano una magrezza eccessiva e insana, lanciando un messaggio sbagliato e pericoloso per le giovani donne, condizionate dagli standard estetici che il fashion impone.

Si deve quindi a H&M la rivoluzione in chiave body positive, con un cambiamento di rotta che porta a nuovi orizzonti non solo a livello estetico ma anche sociale.

Oggi il celebre brand di fast fashion rimane uno dei pochi marchi che propone taglie davvero comode, fino a una 50 e oltre.

Anche nel mondo del Beauty la body positive sta diventando un fil rouge. Lo dimostra ad esempio Mac Cosmetics, che per una delle sue più importanti campagne pubblicitarie ha scelto la modella affetta da vitiligine Winnie Harlow come testimonial.

Inclusività, diversità e accettazione sono oggi valori molto cari a diversi Brand e settori. Quanto poi sia reale apertura mentale e quanto sia da considerarsi una mera strategia di marketing possiamo solo supporlo. 

Social, Influencer & Empowerment

Il primo social media che ha enfatizzato il concetto di Empowerment e portato il messaggio di positività corporea in tutto il mondo è sicuramente Instagram. E con esso i suoi influencer.

La nuova tendenza virtuosa, positiva esattamente come il nome di questo movimento, è quella per cui gli influencer si stanno trasformando in ambasciatori della valorizzazione del sé. Del sé vero, senza Photoshop e filtri vari. 

Nascono così contenuti spontanei di influencer prive di makeup, che scherzano sulle loro imperfezioni e sfilano sui red carpet con l’acne in bella vista.

Qual è lo scopo di tutto questo? 

Ricordare alle persone che i media non sono una rappresentazione fedele della realtà e di conseguenza sentirsi vicini alla propria community, svelando anche le proprie insicurezze.

Body Positive al maschile, esiste?

Accezioni come Body Positivity o Thin Privilege fanno ormai parte del nostro vocabolario, ma è ancora difficile ammettere che la lotta al Body Shaming sia una prerogativa quasi esclusivamente femminile;

È importante, invece, non sottovalutare come il pregiudizio legato alla fisicità possa riguardare e colpire anche gli uomini, bombardati quanto le donne da immagini di una bellezza impossibile.

La maggior parte delle pressioni che ricadono sull’universo maschile riguardano la sfera dell’emotività: mostrare sensibilità e vulnerabilità, per un uomo, è ancora un tabù difficile da scardinare.

A questo si aggiungono le pressioni sociali legate all’aspetto che un corpo maschile dovrebbe avere: addominali scolpiti e muscoli tonici come requisiti minimi per scattarsi foto o girare video sui social.
Una pressione che può risultare difficile da gestire e che, esattamente come per le donne, può sfociare in comportamenti distruttivi e in tanta, troppa vergogna. 

Trovo sia quindi giusto allargare la discussione e iniziare a considerare la Body Positivity al maschile come un passaggio fondamentale per raggiungere una vera, effettiva Body Neutrality.